
La prima vacanza da “sobri”: dal Diario di bordo le sensazioni degli utenti Cento Fiori al ritorno dalla Crociera Terapeutica in Croazia
2 Luglio 2026Tesi di laurea in Metodologie dell’osservazione e della riflessività pedagogica presentata da Isak Angelici.
Relatore prof. Alessandro Zanchettin, correlatore Alessandro Tolomelli.
Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Dipartimento di Scienze dell’Educazione, corso di laurea in Educatore Sociale e Culturale
Giugno 2026, Anno Accademico 2025/2026
Abstract
Il presente elaborato si propone di analizzare il fenomeno della dipendenza da sostanze, evidenziandone la natura complessa e multidimensionale, superando una lettura esclusivamente patologica del comportamento di consumo.
Nel primo capitolo viene approfondito il concetto di dipendenza, intesa non come mero comportamento disfunzionale, bensì come processo che coinvolge dimensioni psicologiche, relazionali e sociali, assumendo spesso una funzione nella regolazione emotiva e nella costruzione dell’identità personale.
Il secondo capitolo analizza l’evoluzione delle politiche e degli interventi sulle dipendenze in Italia, evidenziando il passaggio da approcci prevalentemente repressivi ad approcci orientati maggiormente alla dimensione socio-sanitaria ed educativa. Vengono approfonditi i principali cambiamenti legislativi, l’importanza dei servizi territoriali e lo sviluppo delle comunità terapeutiche, evidenziando le principali criticità del sistema italiano di intervento.
Il terzo capitolo analizza i modelli comunitari presenti nel territorio riminese attraverso il confronto tra diverse realtà operative. L’analisi mette in luce come non esista un unico approccio universalmente efficace, bensì una pluralità di modelli che riflettono differenti interpretazioni del fenomeno e del percorso di cambiamento.
Il quarto capitolo approfondisce il modello della Comunità Terapeutica di Vallecchio, evidenziando l’integrazione tra dimensione clinica, educativa e relazionale. Il cambiamento viene inteso come un processo graduale e non lineare, sostenuto dalla vita comunitaria e dalla centralità delle relazioni.
In conclusione, il lavoro sottolinea la necessità di superare visioni riduttive della dipendenza, valorizzando l’importanza di approcci flessibili e centrati sulla persona. Le comunità terapeutiche rappresentano un contesto privilegiato, ma richiedono una costante capacità di riflessione critica per rispondere alla complessità dei percorsi di cambiamento.
Indice
Capitolo 1 – La dipendenza come esperienza: tra bisogno, controllo e identità
1.1 La dipendenza come concetto complesso
1.3 Le dipendenze comportamentali
1.5 Implicazioni psicologiche prima e dopo la dipendenza
Capitolo 2 – Tra dati e interventi: una lettura critica delle dipendenze in Italia
2.1 L’evoluzione storica del fenomeno
2.2 Sostanze, fattori di rischio e criticità gestionali
Capitolo 3 – I modelli comunitari per le dipendenze nel territorio riminese
3.1 Il territorio riminese come contesto di sviluppo delle comunità per le dipendenze
3.2 Le comunità terapeutiche nel territorio riminese
3.3 Confronto critico tra i modelli comunitari
Capitolo 4 – Il modello di Vallecchio: tra integrazione clinica e complessità del cambiamento
4.1 Fondamenti teorici e inquadramento del modello
4.2 La comunità come ambiente terapeutico
4.3 Il processo di cambiamento e le implicazioni del modello
4.4 L’importanza del contesto e dell’intervento integrato
Introduzione
Negli ultimi decenni, il fenomeno delle dipendenze ha assunto una grande rilevanza non solo sul piano sanitario, ma anche su quello sociale, culturale ed educativo. Parlare di dipendenza oggi significa confrontarsi con una realtà complessa, che non è possibile ridurre alla sola presenza di una sostanza o di un comportamento problematico. Essa appare sempre più come un processo articolato, che coinvolge il modo in cui una persona entra in relazione con se stessa, con le altre persone e con il proprio contesto di vita. Per molti anni l’interpretazione della dipendenza è stata caratterizzata da visioni semplificanti, dove questo fenomeno veniva inteso come l’espressione di una debolezza o come conseguenza diretta degli effetti della sostanza. Ciò nonostante, queste letture appaiono oggi insufficienti, poiché non colgono la profondità e la complessità dei soggetti coinvolti. La dipendenza si intreccia con dimensioni profonde, come la gestione delle emozioni, il senso di identità e le difficoltà relazionali. Essa può essere letta come un tentativo, per quanto disfunzionale, di dare risposta a bisogni psicologici individuali. In molti casi, l’uso di sostanze o l’adozione di determinati comportamenti non rappresentano solo la mera ricerca di piacere, ma anche una modalità per affrontare stati emotivi intollerabili, colmare vissuti di vuoto o condizioni di sofferenza. Attraverso questa prospettiva non si intende giustificare il comportamento, ma riconoscere il ruolo della dipendenza all’interno della storia individuale del soggetto. Al tempo stesso, è importante sottolineare come la dipendenza non sia mai un fenomeno isolato, ma si sviluppi all’interno di specifici contesti. Fattori sociali, culturali e relazionali contribuiscono nella maniera più assoluta sia all’insorgenza sia al mantenimento della dipendenza e, per questo motivo, ogni tentativo che si propone di intervenire esclusivamente sul comportamento rischia di risultare parziale e poco efficace. In questo scenario si inserisce il ruolo delle comunità, che rappresentano uno degli strumenti più significativi nel trattamento delle dipendenze, in particolar modo quelle da sostanze. Le comunità terapeutiche propongono un modello di cura basato sulla quotidianità, sulla relazione e sulla partecipazione attiva della persona al proprio percorso di cambiamento. All’interno di queste strutture è possibile sperimentare nuove modalità di relazione, assumere responsabilità e costruire progressivamente una nuova immagine di sé. Tuttavia, anche questo modello presenta elementi di complessità e criticità: mentre da un lato propone uno spazio protetto, dall’altro pone interrogativi rispetto al rapporto tra contenimento e autonomia, tra regola e libertà, tra protezione e responsabilizzazione. Le comunità presentano modelli organizzativi e approcci terapeutici diversi tra loro, evidenziando come non esista un’unica soluzione al problema della dipendenza.
Questo elaborato si colloca all’interno di questa complessità, con l’obiettivo di analizzare il fenomeno della dipendenza da sostanze e il ruolo delle comunità terapeutiche, concentrandosi sul territorio riminese e sul caso della Comunità Terapeutica di Vallecchio. L’intento non è fornire risposte definitive, ma fornire un contributo articolato alla comprensione di questo fenomeno, mettendo in luce le dinamiche che lo caratterizzano e le possibilità di intervento nei contesti comunitari. Attraverso questo percorso si vuole evidenziare come il trattamento delle dipendenze da sostanze non possa essere semplicemente ridotto all’eliminazione di un comportamento problematico, ma debba essere inteso come un processo di trasformazione personale, che coinvolge identità, relazioni e progetti di vita.
Capitolo 1 – La dipendenza come esperienza: tra bisogno, controllo e identità
1.1 La dipendenza come concetto complesso
Il concetto di dipendenza patologica rappresenta un’area complessa e dibattuta all’interno delle scienze sociali, psicologiche e psichiatriche. La sua definizione ha subito nel corso del tempo un’importante evoluzione clinica e teorica. Inizialmente, la dipendenza veniva interpretata attraverso una lente moralistica, dove l’assunzione di sostanze era considerata espressione di debolezza morale. Con l’arrivo della moderna psichiatria, essa fu ricondotta all’ambito della patologia medica e mentale (Goodman, 1990).
Ciò nonostante, come riferito da Goodman (1990), una definizione di stampo puramente medico e comportamentale non coglieva l’intera complessità del fenomeno. L’autore propose di intendere la dipendenza come un processo psicologico e comportamentale caratterizzato da perdita di controllo, reiterarsi di un comportamento nonostante le conseguenze negative e disregolazione emotiva. Attraverso questa prospettiva, venne introdotto un elemento centrale: la dipendenza non può essere ridotta meramente all’oggetto (sostanza o comportamento), ma deve essere intesa come una modalità disfunzionale di relazione con l’oggetto stesso.
Come evidenziato da Sussman e Sussman (2011), vi sono numerose caratteristiche fondamentali della dipendenza che sono trasversali a differenti forme di addiction, tra cui: preoccupazione costante per l’oggetto della dipendenza, perdita di controllo, intolleranza, sintomi di astinenza psicologica e fisica, reiterazione del comportamento. Questi elementi suggeriscono che la dipendenza non è definita dalla natura dell’oggetto, ma dalla struttura del rapporto che il soggetto ha con esso.
Negli ultimi decenni, il concetto di dipendenza ha subito profonde trasformazioni teoriche. Per molto tempo, le interpretazioni dominanti hanno cercato di individuare una causa specifica della dipendenza; tuttavia, l’ampliamento delle conoscenze scientifiche ha messo in luce i limiti degli approcci lineari. Diversi autori hanno infatti sottolineato come il fenomeno non possa essere compreso esclusivamente attraverso il concetto di “malattia del cervello “, poiché tale prospettiva tende a ridurre la complessità dell’esperienza oggettiva (Volkow e Koob, 2016). Sebbene il modello neurobiologico abbia contribuito in modo significativo alla comprensione dei meccanismi cerebrali alla base dei processi di craving, tolleranza e compulsione, alcuni studiosi evidenziano il rischio di un’eccessiva medicalizzazione del fenomeno. È importante non trascurare il significato psicologico e relazionale che il comportamento assume per il soggetto: particolarmente rilevante appare il contributo di Gabor Maté (2008), secondo cui la domanda non dovrebbe essere “perché ha la dipendenza?”, ma “perché il dolore?”. Questa prospettiva sposta l’attenzione dall’oggetto della dipendenza alla sofferenza che precede e sostiene il comportamento. La sostanza, in questa visione, non è solamente una fonte di piacere, ma uno strumento di regolazione emotiva. Questa impostazione apre una riflessione critica sui modelli incentrati maggiormente sull’astinenza e sul controllo del comportamento. Se la dipendenza svolge una funzione psicologica significativa, è possibile pensare che la semplice eliminazione della sostanza sia sufficiente a produrre un cambiamento stabile? Oppure il rischio è quello di intervenire esclusivamente sul sintomo, lasciando inalterate le condizioni che hanno favorito lo sviluppo della dipendenza?
Allo stesso modo, la dipendenza riflette alcune caratteristiche della società contemporanea: diversi studiosi evidenziano come l’attuale contesto culturale, caratterizzato principalmente da individualismo, precarie relazioni sociali e ricerca costante della performance, contribuisca a condizioni di fragilità psicologica preesistenti. Alexander Bruce (2008) interpreta la dipendenza come espressione di una “dislocazione psicosociale”, ovvero di una perdita di connessione tra individuo, comunità e senso di appartenenza. Secondo questa prospettiva la dipendenza non è un problema individuale, ma un fenomeno intrecciato alle trasformazioni sociali e culturali.
Un altro elemento di complessità riguarda l’ampliamento progressivo del concetto di dipendenza. L’inclusione delle dipendenze comportamentali ha infatti messo in discussione l’idea che la dipendenza sia semplicemente e obbligatoriamente legata all’assunzione di sostanze. Comportamenti come gioco d’azzardo, utilizzo problematico di internet o dipendenza da social network sembrano condividere con le dipendenze tradizionali i medesimi meccanismi di gratificazione e di perdita di controllo. Anche in questo caso emergono importanti interrogativi: se un numero sempre maggiore di comportamenti quotidiani viene interpretato in termini patologici, dove si colloca il confine tra normalità e dipendenza? E fino a che punto il rischio di patologizzazione potrebbe contribuire a trasformare disagi esistenziali o comportamenti socialmente diffusi in categorie cliniche? Ulteriori contributi della letteratura hanno approfondito questo quadro. Grant et al. (2010) evidenziano come queste forme di addiction condividano con le altre dipendenze i medesimi meccanismi psicologici, quali craving, perdita di controllo e persistenza nonostante le conseguenze negative. Analogamente, Demetrovics e Griffiths (2012) sottolineano come le dipendenze comportamentali rafforzino l’idea che il nucleo della dipendenza risieda nei processi psicologici piuttosto che nell’effetto farmacologico di una sostanza.
Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) rappresenta uno dei molteplici tentativi di classificazione della dipendenza nell’ambito clinico. L’American Psychiatric Association (2013) colloca i disturbi da uso di sostanze all’interno di una cornice diagnostica basata su criteri osservabili, come l’incapacità di ridurne l’uso, l’impiego di grandi quantità di tempo per ottenere e utilizzare la sostanza, l’interferenza con la vita sociale e lavorativa. Ciò nonostante, in molti hanno evidenziato i limiti di una lettura prettamente categoriale e sintomatologica con il rischio che essa trascuri le dimensioni psicologiche e relazionali di questo fenomeno (Goodman A., 1990 ; Pickard, 2020).
Dal punto di vista neurobiologico, la dipendenza viene studiata come un disturbo dei circuiti cerebrali della ricompensa, in particolar modo di quelli dopaminergici. Essa è descritta come una condizione cronica e recidivante, caratterizzata da alterazioni neuroadattative che compromettono il controllo del comportamento (Camí e Farré, 2003).
Un contributo importante alla comprensione della complessità della dipendenza è stato fornito da Goeders Nicholas E. (2003), attraverso i suoi studi sull’importanza dello stress e della vulnerabilità psicologica. L’autore dimostra come eventi stressanti e situazioni di stress cronico aumentino la possibilità dello sviluppo e del mantenimento di una dipendenza, agendo sia sulla componente neurobiologica che sulla componente emotiva. Attraverso questo contributo la dipendenza può essere interpretata come una strategia disfunzionale di gestione dello stress e degli stati emotivi negativi.
Il rapporto tra dipendenza e identità personale aggiunge un ulteriore livello di complessità. Pickard Hanna (2020), attraverso una visione filosofico-psicologica, definisce come la dipendenza possa diventare parte integrante del sé dell’individuo, fornendo senso, struttura e appartenenza. In questo caso, la difficoltà risiederà nella ridefinizione identitaria del soggetto in assenza della dipendenza. Questa lettura conferma l’idea per cui il cambiamento richieda la costruzione di nuove modalità di autoregolazione e di significato, e non la sola cessazione del comportamento dipendente.
Connesso alla dimensione identitaria vi è il tema dell’autonomia. Levy Neil (2006) sostiene che la dipendenza comprometta la capacità di mantenere decisioni coerenti nel tempo e non una totale assenza di autonomia. L’individuo, nonostante il desiderio di cambiare, fallirà nel tradurre questa intenzione in azione, soprattutto quando sono presenti fattori quali stress, craving e contesti sfavorevoli al cambiamento. Questo contributo ci permette di superare la dicotomia tra volontà e malattia, offrendo una visione più articolata riguardante la responsabilità nella dipendenza.
Infine, ulteriori contributi psicodinamici hanno interpretato la dipendenza come tentativo di regolare stati emotivi ritenuti intollerabili dal soggetto. Rosenfeld Herbert (1960) vede l’utilizzo di sostanze come una difesa contro l’angoscia e la dipendenza come uno strumento di contenimento emotivo. Questo contributo trova riscontro in modelli contemporanei che evidenziano l’importanza della regolazione affettiva nella genesi e nel mantenimento delle dipendenze (Kopanski et al., 2020).
1.2 La dipendenza da sostanze
Le dipendenze da sostanze hanno rappresentato storicamente il paradigma principale attraverso cui il fenomeno della dipendenza patologica è stato studiato e concettualizzato. Per molto tempo, l’uso problematico di sostanze psicoattive è stato interpretato come una conseguenza diretta degli effetti della sostanza stessa, secondo una concezione lineare il cui centro vi era l’agente chimico. Tuttavia, i contributi più recenti hanno superato questa visione riduzionista, mettendo in risalto come la dipendenza da sostanze sia il risultato di una complessa interazione di fattori biologici, psicologici e ambientali (Camí e Farré, 2003).
Le dipendenze da sostanze sono caratterizzate da un insieme di fattori comuni e ricorrenti quali: craving, sindrome di astinenza, perdita di controllo sull’assunzione e tolleranza. Il DSM-5 American Psychiatric Association (2013) evidenzia l’impatto significativo che l’uso continuo e persistente ha sul funzionamento sociale, lavorativo e relazionale del soggetto. Tuttavia, questi criteri descrittivi non definiscono e non ci permettono di comprendere totalmente il significato psicologico dietro all’uso, né spiegano perché alcuni individui sviluppino tale dipendenza mentre altri, esposti agli stessi ambienti e alle stesse sostanze, non la sviluppino. Camí e Farré (2003) descrivono come le sostanze psicoattive agiscano sui sistemi dopaminergici mesolimbici, producendo rinforzi intensi e rafforzando processi di apprendimento assolutamente patologici. L’uso continuo comporta un adattamento del cervello aumentando la reattività agli stimoli associati alla sostanza. Ciò nonostante, come sottolineano gli stessi autori, i cambiamenti neurobiologici sono certamente collegati alle esperienze soggettive e al contesto di vita del soggetto. La sostanza diviene quindi uno strumento di regolazione emotiva e di gestione del disagio (Goodman, 1990).
Come definito da Goeders N. E. (2003), lo stress nello sviluppo e nel mantenimento della dipendenza ha un ruolo fondamentale. L’autore evidenzia come eventi stressanti acuti e condizioni di stress cronico alimentino lo sviluppo e il mantenimento di essa: lo stress agisce sia a livello neurobiologico, modulando l’attività dei sistemi dopaminergici e corticotropinici, sia a livello psicologico, introducendo strategie di coping rapide ed efficaci. La sostanza può ridurre quindi temporaneamente l’ansia e l’angoscia.
Anche Goodman A. (1990) sottolinea che l’uso compulsivo spesso risponde a un rinforzo negativo e non è semplicemente il risultato di un rinforzo positivo. Esso risponde alla riduzione di stati emotivi spiacevoli, cercando di gestire emozioni percepite come intollerabili. Inoltre, un ulteriore elemento collegato alla dipendenza da sostanze è il controllo volontario. Spesso essa veniva interpretata come una condizione caratterizzata da una totale incapacità di controllare i propri comportamenti e i propri bisogni. Levy N. (2006) propone che la dipendenza non permetta al soggetto di mantenere la propria coerenza nelle scelte e nelle intenzioni.
Questo avviene soprattutto in condizioni di vita estremamente difficili e per il bisogno psicologico e fisiologico di sostanza. Questo elemento, come evidenziato da Camí e Farré (2003), ci permette di interpretare la ricaduta non come fallimento ma come possibilità concreta nel percorso di cambiamento. Inoltre, i contributi letterari evidenziano la comorbilità tra dipendenza da sostanza e disturbi psicopatologici, quali disturbi dell’umore, disturbi d’ansia e disturbi di personalità. Queste condizioni non devono essere considerate come conseguenze dell’uso di sostanze, ma come fenomeni preesistenti o come condizioni che si sviluppano parallelamente alla dipendenza (Grant J.E. et al., 2010). Questo elemento conferma ulteriormente l’importanza di una visione multidimensionale del disturbo da uso di sostanze. Alla luce di questi contributi, è necessario un approccio teorico e clinico capace di integrare differenti livelli di analisi, evitando semplificazione riduttive e semplicistiche.
Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il modo in cui la dipendenza viene definita all’interno dei principali sistemi diagnostici contemporanei. In particolare, il DSM-5 ha permesso di ridefinire il fenomeno della dipendenza introducendo i disturbi correlati a sostanze e dipendenze. Questa impostazione ha favorito una maggiore standardizzazione diagnostica e un’ampia diffusione di criteri condivisi a livello clinico e scientifico. In questa prospettiva, emerge una questione particolarmente rilevante: fino a che punto le categorie diagnostiche riescono realmente a rappresentare la complessità dell’esperienza soggettiva? Il rischio evidenziato è che la diagnosi possa descrivere semplicemente il sintomo ma non il significato dietro a tale comportamento. L’inclusione delle dipendenze comportamentali ha modificato profondamente i confini tradizionali del fenomeno: da una parte ha permesso di riconoscere la sofferenza associata a determinati comportamenti compulsivi, dall’altra ha aperto un importante dibattito sul rischio di patologizzazione della quotidianità. Alcuni studiosi evidenziano il rischio di interpretare comportamenti culturalmente diffusi attraverso categorie esclusivamente patologiche senza considerare i contesti sociali e culturali in cui essi avvengono. Questa considerazione assume un’importanza rilevante nella società contemporanea, caratterizzata dall’uso illimitato di dispositivi digitali e di forme di stimolazione continua. In una società costantemente veloce, ove la gratificazione è spesso immediata, il confine tra comportamento patologico e adattivo è sempre più difficile da definire. Di conseguenza il rischio non riguarda solamente la sottovalutazione delle nuove forme di dipendenza, ma anche di estendere eccessivamente il concetto stesso di patologia. Alcuni autori criticano inoltre la tendenza contemporanea a interpretare il disagio prevalentemente in termini diagnostici, che contribuisce a una progressiva medicalizzazione della sofferenza umana. In questo senso, la diagnosi rischia di assumere una funzione non soltanto descrittiva, ma anche normativa, influenzando il modo in cui gli individui vedono se stessi e definiscono il proprio disagio.
Parallelamente, emerge anche il tema dello stigma associato alla dipendenza. Nonostante l’evoluzione dei modelli teorici e l’affermazione di approcci integrati, le persone con dipendenze subiscono una stigmatizzazione e vengono percepite attraverso stereotipi negativi, come irresponsabilità, pericolosità o incapacità di autocontrollo. Questa stigmatizzazione non produce soltanto conseguenze sociali, ma può influenzare la possibilità di costruire un’identità alternativa rispetto a quella legata al comportamento di dipendenza. La crescente espansione delle categorie diagnostiche, l’aumento delle forme di consumo problematico e la diffusione di nuove dipendenze sembrano riflettere non soltanto cambiamenti individuali, ma trasformazioni più profonde delle modalità di vita contemporanee. Alla luce di tali considerazioni, alcuni studiosi sostengono che comprendere la dipendenza significhi inevitabilmente interrogarsi anche sul rapporto tra individuo e società. In questa prospettiva, il fenomeno non può essere interpretato esclusivamente come una condizione individuale, ma deve essere considerato come il risultato di un’interazione continua tra abilità personali, contesto sociale e trasformazione culturale.
1.3 Le dipendenze comportamentali
Negli ultimi decenni sono state introdotte le dipendenze comportamentali che, pur non implicando l’assunzione di sostanze psicoattive, presentano tratti analoghi alle dipendenze da sostanze. Esse comprendono il gioco d’azzardo, il gaming disorder, l’uso problematico di internet e molte altre forme di comportamento compulsivo (Grant et al., 2010; Demetrovics & Griffiths, 2012).
L’inclusione di queste forme di dipendenza nel dibattito scientifico ha rappresentato un cambiamento epocale, perché ha incrinato la credenza secondo cui una dipendenza fosse necessariamente legata agli effetti farmacologici di una sostanza. Come osservano Grant et al. (2010), i fenomeni quali craving, ansia, intolleranza, perdita di controllo, compromissione della vita sociale e lavorativa suggeriscono che alla base delle dipendenze ci siano fattori psicologici.
Il DSM-5 American Psychiatric Association (2013) ha riconosciuto ufficialmente il disturbo del gioco d’azzardo come unica dipendenza comportamentale classificata, inserendolo all’interno dei disturbi correlati alle sostanze. Questa scelta riflette il sovrapporsi di meccanismi sottostanti al gioco d’azzardo patologico e alla dipendenza da sostanze. Ciò nonostante, com’è possibile notare, l’esclusione di altre dipendenze comportamentali ha acceso un dibattito scientifico sull’importanza e sull’influenza che queste altre dipendenze possono avere sulla vita delle persone e sulla necessità che esse vengano inserite all’interno del manuale (Sussman e Sussman, 2011).
Demetrovics & Griffiths (2012) evidenziano che le dipendenze comportamentali si sviluppano attraverso processi di rinforzo e apprendimento come osservato nell’uso di sostanze. In particolare, il comportamento problematico subisce inizialmente un rinforzo da esperienze di gratificazione o sollievo emotivo, per poi successivamente diventare compulsivo e orientato a ridurre gli stati emotivi negativi. Grant et al. (2010) sottolineano come l’anticipazione della ricompensa e la risposta agli stimoli associati al comportamento possano generare pattern di attivazione cerebrale comparabili a quelli osservati nell’uso di sostanze. Questo spiega la difficoltà nell’interrompere il comportamento di dipendenza.
Sussman e Sussman (2011) propongono un modello che considera la dipendenza come una sindrome comportamentale generale, dove vi è una relazione disfunzionale con un oggetto che diviene a sua volta centrale nella vita dell’individuo. La distinzione tra le diverse dipendenze è così secondaria ai processi psicologici alla loro base.
Un elemento caratteristico delle dipendenze comportamentali riguarda il loro elevato grado di integrazione nella vita quotidiana. Differentemente dalle sostanze, numerosi comportamenti potenzialmente patologici (come l’uso di internet o il gioco online) sono attività socialmente accettate o addirittura essenziali per il funzionamento sociale e/o lavorativo e questo rende difficile individuare il confine tra uso funzionale e patologico (Demetrovics & Griffiths, 2012). Normalizzare questi comportamenti può contribuire a ritardare la richiesta di aiuto e a minimizzare il problema. Dal punto di vista psicologico, le dipendenze comportamentali sono associate spesso a difficoltà nella regolazione emotiva e alla ricerca di sensazioni intense. Kopanski et al. (2020) sottolineano come questi fattori siano presenti anche nelle dipendenze da sostanze, evidenziando come sentimenti di vuoto cronici portino l’individuo a cercare una gratificazione immediata o una distrazione temporanea. Come evidenziato precedentemente da Levy N. (2006), la dipendenza compromette il mantenimento di decisioni coerenti e questa cosa si evince soprattutto in quelle comportamentali, in cui la mancanza di una sostanza può rendere meno evidente la perdita di controllo, nonostante la presenza di una grande compulsività.
Pickard (2020) riferisce che le dipendenze comportamentali hanno una grande influenza sull’identità della persona. Ad esempio, il gaming patologico può fornire un senso di appartenenza, competenza e una forma di riconoscimento che non si ha nella vita offline. In questo caso la dipendenza comportamentale non risiede solo nell’eccesso dell’attività ma anche nella costruzione di un’identità alternativa.
In sintesi, le dipendenze comportamentali confermano che la dipendenza non può essere ridotta alla sola presenza della sostanza ma deve essere compresa come un processo psicologico complesso radicato all’interno del soggetto. Questa prospettiva apre la strada a una visione integrata del fenomeno per porre le basi teoriche per l’analisi e l’attuazione di interventi utili a combattere la dipendenza.
Negli ultimi anni, il crescente interesse verso le dipendenze comportamentali ha portato a un cambiamento profondo del concetto stesso di addiction che ha portato all’inclusione del disturbo del gioco d’azzardo nel DSM-5. A partire da questo momento il dibattito scientifico si è ampliato introducendo ulteriori comportamenti patologici quali la dipendenza da pornografia, lo shopping compulsivo, il gaming online ecc. Questi comportamenti condividono i medesimi meccanismi di ricompensa e di classificazione delle dipendenze da sostanze. In questo senso, alcuni autori parlano di “economia dell’attenzione”, sottolineando come molte tecnologie attuali cerchino di prolungare il tempo di utilizzo e favoriscano modalità di consumo compulsive. Da qui si sviluppa un quesito sul ruolo e sul rapporto tra responsabilità individuale e influenza dell’ambiente sociale tecnologico. Se determinati strumenti vengono progettati per stimolare continuamente il bisogno di connessione, gratificazione e consumo, fino a che punto è possibile interpretare tali comportamenti esclusivamente come espressione di vulnerabilità individuali? E quanto la società contemporanea contribuisce invece alla costruzione di modalità relazionali e comportamentali sempre più orientate all’immediatezza e alla compulsività? Questa riflessione è importante soprattutto in relazione ai giovani, che crescono in ambienti totalmente digitalizzati o quasi. D’altra parte, i social network sembrano favorire dinamiche di confronto sociale costanti, aumentandovi vissuti di inadeguatezza, ansia e isolamento; inoltre, influenzano il formarsi dell’identità personale e i meccanismi di regolazione emotiva. Alcuni autori sostengono inoltre che le dipendenze comportamentali rappresentino una delle espressioni più evidenti delle trasformazioni culturali contemporanee. Alcuni studiosi mettono infatti in guardia rispetto al pericolo di una progressiva patologizzazione della vita quotidiana, dove ogni comportamento eccessivo viene interpretato in termini clinici. Le dipendenze comportamentali sembrano infatti evidenziare, più di altre forme di addiction, quanto il rapporto tra normalità e patologia sia strettamente influenzato dal contesto storico e sociale di riferimento. Alla luce di queste considerazioni, è doveroso interrogarsi sul modo in cui la società produce bisogni, modelli relazionali in modalità di consumo.
1.4 Dipendenza, identità e Sé
Una delle prospettive più rilevanti emerse ultimamente riguarda il rapporto tra dipendenza e identità personale, come detto precedentemente. Se inizialmente l’addiction è stata interpretata prevalentemente come un comportamento disfunzionale o come un disturbo neurobiologico, i nuovi contributi letterari evidenziano come la dipendenza possa fungere da organizzatrice del sé, influenzando l’immagine di sé stessi, il proprio senso di continuità e il modo di relazionarsi con il mondo (Pickard, 2020). Secondo l’autore, l’oggetto della dipendenza può diventare un valore soggettivo, definire la routine quotidiana e fornire una struttura di significato. Essa offre una risposta ai bisogni fondamentali di appartenenza e senso di sé. Questa prospettiva è coerente con quanto osservato da Goodman (1990), che descrive la dipendenza come un elemento che invade globalmente l’individuo, orientandone pensieri, emozioni e restringendo il campo della sua esperienza. Questo prende l’oggetto della dipendenza come principale organizzatore della vita psichica e non. Nella dipendenza l’individuo può decidere il cambiamento e definire razionalmente, oltre ai danni associati all’uso, anche le fasi della propria guarigione, ma fatica a sostenere tali premesse (Levy, 2006). Questo non compromette totalmente la propria responsabilità personale ma, d’altro canto, suggerisce una grande fragilità strutturale dell’agency personale. La perdita di autonomia osservata nei pazienti con dipendenza si riflette spesso in una percezione di sé assolutamente negativa, dove i soggetti si ritengono incapaci, fallimentari e moralmente difettosi. Questa sensazione di inadeguatezza ed inefficacia personale può portare all’uso della sostanza o al comportamento di dipendenza come mezzo di regolazione emotiva (Sussman e Sussman, 2011). In tal modo si crea un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Un altro elemento interessante sottolineato dalle prospettive psicodinamiche è il legame tra dipendenza e funzionamento del sé. Rosenfeld (1960) interpreta l’uso di sostanze come una difesa utile a proteggere l’individuo da stati affettivi intollerabili, dal vuoto o dalla frammentazione del sé. L’oggetto della dipendenza diventa quindi un “oggetto calmante” capace di fornire un senso temporaneo di benessere. Sebbene queste teorie non siano moderne, mantengono una rilevanza concettuale di tutto rispetto e sono tuttora prese in considerazione. Infatti, molti studi moderni confermano questa teoria e definiscono la dipendenza come uno strumento compensatorio che permette l’evitamento dei conflitti interni (Kopanski et al., 2020).
Il concetto di identità dipendente risulta particolarmente utile per comprendere le differenze individuali nello sviluppo della propria dipendenza. Come definito da Pickard (2020), non tutte le persone sviluppano un’identità centrata sull’addiction allo stesso modo: per alcuni, la dipendenza rappresenterà una fase transitoria della propria vita, per altri, diventerà un elemento centrale e duraturo. Questo concetto è molto importante nella definizione degli interventi, del trattamento dei pazienti e del grado di integrazione della dipendenza nell’identità personale. Un ulteriore aspetto rilevante riguarda il rapporto tra identità e stigma: le persone con dipendenza sono spesso oggetto di stigmatizzazione sociale, elemento che può consolidare un’identità negativa e ridurre significativamente le opportunità di cambiamento (Goodman, 1990). L’interiorizzazione dello stigma può portare il soggetto a identificarsi con la figura del “dipendente”, rafforzando la dipendenza e identificando essa come unica forma di appartenenza. La letteratura suggerisce che l’uscita da una situazione di dipendenza non possa essere solamente un cambiamento comportamentale. La guarigione indica una trasformazione dell’identità personale e del rapporto con il sé: questo processo richiede tempo, supporto relazionale e contesti che offrono la possibilità di sperimentare nuovi ruoli e nuove modalità di essere. Senza questi elementi, la possibilità di ricaduta rimane assolutamente elevata, poiché l’oggetto della dipendenza rimane una delle poche risposte disponibili ai bisogni identitari.
1.5 Implicazioni psicologiche prima e dopo la dipendenza
Le dipendenze patologiche non rappresentano eventi isolati o improvvisi nella vita dell’individuo, ma si inseriscono all’interno di traiettorie psicologiche complesse. La letteratura ha evidenziato come sia le condizioni antecedenti allo sviluppo della dipendenza sia gli esiti psicologici successivi abbiano un ruolo fondamentale nel comprendere il fenomeno e nel progettare interventi efficaci (Goodman, 1990; Pickard, 2020). Numerosi studi indicano che la dipendenza si sviluppa più frequentemente in individui affetti da vulnerabilità psicologiche: tra esse, un ruolo centrale è attribuito alla regolazione emotiva, a una bassa tolleranza alle frustrazioni e a stili di coping disfunzionali (Kopanski et al., 2020). In questi soggetti, la sostanza o il comportamento di dipendenza diviene uno strumento rapido di modulazione emotiva. Goeders (2003) sottolinea nuovamente il ruolo determinante dello stress come fattore scatenante della dipendenza. L’oggetto della dipendenza diventa uno strumento di sollievo immediato e una risposta adattiva a breve termine a situazioni di disagio. Sebbene non tutti gli individui dipendenti presentino un attaccamento disfunzionale, numerosi autori suggeriscono che relazioni stabili o traumatiche possono portare allo sviluppo di modalità di autoregolazione disfunzionali (Rosenfeld, 1960). In questa situazione, la sostanza o l’oggetto della dipendenza funge da “regolatore esterno”, compensando carenze nel contenimento emotivo. Goodman (1990) osserva che la dipendenza non persiste solo per i suoi effetti gratificanti ma anche per colmare bisogni emotivi profondi e attenuare vissuti depressivi non elaborati. Questo spiega la grandissima difficoltà e la tendenza alla recidiva. Pickard (2020) sottolinea infatti come l’oggetto della dipendenza fornisca valori e identità ai soggetti, fornendo loro persino una forma di competenza. Con il consolidarsi della dipendenza, emergono un insieme di fattori che permettono il mantenimento del disturbo nel tempo: tra essi vi troviamo una riduzione dell’autostima, un aumento del senso di colpa verso sé stessi e la famiglia e una compromissione totale o quasi del senso di autoefficacia (Sussman e Sussman, 2011). Inoltre, la frequente associazione a comorbilità psicopatologiche rende complessa la distinzione causale e la presenza antecedente o seguente della psicopatologia in relazione allo sviluppo della dipendenza. Levy (2006) evidenzia come la compromissione del mantenimento nel tempo di decisioni coerenti può tradursi in una percezione di sé come incapace e inaffidabile e successivamente può inficiare la motivazione al cambiamento.
Anche dopo la cessazione dell’uso di sostanze o del comportamento di dipendenza, le implicazioni psicologiche possono persistere nel tempo. Camí e Farré (2003) sottolineano che la dipendenza è una condizione cronica e recidivante e evidenziano come la guarigione non possa essere intesa esclusivamente come astinenza, ma come un processo di riorganizzazione psicologica più ampio. Nel periodo post-dipendenza, molte persone sperimentano le difficoltà legate alla ricostruzione dell’identità. Come osserva Pickard (2020), uscire dalla dipendenza implica la perdita di un elemento che aveva strutturato il sé, rendendo necessaria la costruzione di nuovi valori, ruoli e obiettivi. Goeders (2003) evidenzia che elementi stressanti possono riattivare il craving anche dopo lunghi periodi di astinenza. Questo mostra come le vulnerabilità psicologiche non scompaiano automaticamente, ma richiedono interventi continuativi. Le dipendenze, infatti, non si limitano a influenzare il comportamento, ma coinvolgono l’intero funzionamento del soggetto (Goodman, 1990; Pickard, 2020). È necessario quindi affrontare le vulnerabilità psicologiche sottostanti e aiutare il soggetto a creare nuove modalità di funzionamento. Come si vedrà successivamente, uno degli strumenti spesso utilizzati è quello dell’intervento comunitario.
Capitolo 2 – Tra dati e interventi: una lettura critica delle dipendenze in Italia
2.1 L’evoluzione storica del fenomeno
L’evoluzione del fenomeno delle dipendenze in Italia appare strettamente intrecciata ai cambiamenti sociali, politici e culturali che hanno attraversato il paese negli ultimi decenni. La storia delle politiche antidroga italiane mette in luce come il modo di interpretare la dipendenza abbia influito anche sugli interventi terapeutici e sulle rappresentazioni sociali della persona tossicodipendente. A partire dagli anni Settanta, l’aumento rapido e impetuoso del consumo di eroina e la sempre più crescente visibilità della tossicodipendenza portano il fenomeno al centro di un dibattito pubblico: in questa fase iniziale, la dipendenza veniva legata alla devianza sociale. Come evidenzia Franco Prina (2007), le prime risposte istituzionali italiane furono connotate da una logica totalmente repressiva, dove il consumatore di sostanze veniva considerato pericoloso e moralmente deviante. La legge 685 del 1975 rappresentò uno dei primi tentativi di superamento di questa impostazione, introducendo elementi per cercare di prevenire e riabilitare i soggetti; tuttavia vi era una forte ambivalenza tra l’approccio terapeutico e quello repressivo (Prina, 2007 ; Ronconi, 2018).
Gli anni Ottanta rappresentarono un momento fondamentale nell’evoluzione del fenomeno: la diffusione dell’eroina, l’aumento dei morti per overdose e l’emergenza HIV tra i consumatori per via endovenosa modificarono profondamente il sistema di intervento. Come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità (2023), questi elementi mettono in evidenza l’insufficienza degli approcci esclusivamente repressivi e il bisogno di interventi maggiormente orientati alla tutela della salute. È proprio qui che si sviluppano i Servizi per le Tossicodipendenze (Ser.t), successivamente denominati Ser.d, e si consolida l’importanza del ruolo delle comunità terapeutiche. Secondo il Dipartimento delle Politiche Antidroga (2024), i servizi pubblici italiani rappresentano oggi una rete estremamente articolata, composta da interventi sanitari, psicologici, sociali ed educativi. Tuttavia, questo sistema presenta ancora grandi criticità, soprattutto a causa della frammentazione degli interventi e della difficoltà di adattarsi ai nuovi bisogni emergenti. Fondamentale nella storia delle politiche italiane sulle droghe fu la legge Jervolino-Vassalli del 1990: tale normativa introdusse un sistema più strutturato di servizi terapeutici e riaffermò l’importanza della presa in carico sanitaria della dipendenza. In ogni caso, mantenne comunque una forte impronta proibizionista e repressiva, unendo i consumatori di sostanze. Questa legge contribuì a rafforzare una visione della tossicodipendenza oscillante tra malattia e devianza (Corleone & Pugiotto, 2013).
Negli anni successivi il dibattito scientifico si concentrò sui limiti delle politiche esclusivamente repressive: l’European Monitoring Center for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA, 2023) sottolinea come gli approcci basati sulla criminalizzazione del consumo abbiano effetti limitati nella riduzione dell’uso, contribuendo alla marginalizzazione e allo stigma. Allo stesso modo, diversi studi internazionali evidenziano l’importanza di interventi di riduzione del danno nella prevenzione dell’overdose, nella riduzione della trasmissione di malattie infettive e nell’aggancio precoce ai servizi (Marlatt, 1998; Ritter & Cameron, 2006).
In Italia, tuttavia, il riconoscimento dell’importanza della riduzione del danno è avvenuto in modo lento e discontinuo: come evidenziato dal CNCA e da Forum Droghe (2019) , gli interventi di prossimità, le unità di strada e i drop-in hanno dovuto confrontarsi con resistenze culturali e politiche legate all’idea che questi interventi potessero normalizzare il consumo della sostanza. Questa contrapposizione tra approccio repressivo e approccio di riduzione del danno da una parte definisce la necessità di tutelare la salute delle persone e dall’altra evidenzia il persistere di orientamenti politici e culturali che interpretano la dipendenza in termini morali o securitari. Secondo Ronconi (2018), le politiche italiane sulle droghe sono influenzate ancora da logiche emergenziali, che prediligono il controllo sociale rispetto alla costruzione di interventi integrati. Questo rischia di produrre un sistema basato sulla gestione del sintomo e non sulla comprensione profonda delle cause della dipendenza. Inoltre, come evidenziato dalla Relazione Annuale al Parlamento (2024), negli ultimi anni si osserva un aumento della poliassunzione, della diffusione di nuove sostanze psicoattive e delle dipendenze comportamentali. Questo cambiamento mette in crisi i modelli di intervento costruiti attorno alla dipendenza da eroina e richiede una riflessione sulla modalità di presa in carico. Bauman (2007) collega la diffusione dei comportamenti compulsivi alla fragilità dei legami sociali e alla centralità del consumo nella società di oggi. Dopo queste considerazioni, è opportuno interrogarsi sull’efficacia delle politiche attuali. Se il fenomeno appare così complesso, fino a che punto i sistemi tradizionali potranno realmente rispondere ai bisogni emergenti? E quanto le politiche contemporanee sono invece influenzate da modelli costruiti su emergenze sociali del passato? Questi interrogativi mettono in luce l’importanza di considerare il fenomeno della dipendenza non solamente sul piano sanitario o repressivo, ma di indagare profondamente i fenomeni sociali e psicologici alla sua base.
A partire dagli anni Novanta, si assiste a un cambiamento significativo: la dipendenza viene progressivamente riconosciuta come una patologia complessa, con componenti biologiche, psicologiche e sociali. Questo ha portato allo sviluppo del sistema dei servizi pubblici per le dipendenze (Ser.D) e all’integrazione delle comunità terapeutiche nel sistema di cura (Istituto Superiore di Sanità, 2023).
Negli ultimi vent’anni il fenomeno si è ulteriormente trasformato: accanto alle dipendenze da eroina, si è assistito alla crescita del consumo di cocaina, cannabis e nuove sostanze psicoattive, oltre all’emergenza delle dipendenze comportamentali come il gioco d’azzardo patologico (Dipartimento Politiche Antidroga, 2024).
La normativa italiana sulle dipendenze si basa su un sistema integrato che combina interventi sanitari, sociali e giudiziari. Un riferimento fondamentale è il D.P.R. 309/1990 (Testo Unico degli Stupefacenti), che disciplina produzione, traffico e consumo di sostanze, introducendo misure di trattamento alternative alla detenzione.
Nel tempo, l’approccio normativo si è evoluto verso una maggiore attenzione alla riduzione del danno e alla presa in carico sanitaria. Le politiche attuali sono coordinate dal Dipartimento Politiche Antidroga, che elabora annualmente una relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze. Questa relazione rappresenta lo strumento principale di monitoraggio nazionale e orienta le politiche pubbliche in materia di prevenzione, cura e reinserimento sociale (Dipartimento Politiche Antidroga, 2024).
Accanto a questi, un ruolo fondamentale è svolto dalle comunità terapeutiche, strutture residenziali in cui il paziente intraprende un percorso di riabilitazione psicologica, sociale e comportamentale. Questi percorsi sono particolarmente indicati nei casi di dipendenza grave o cronica e nei soggetti con precedenti fallimenti terapeutici ambulatoriali. Secondo i dati nazionali, una parte significativa degli utenti in carico ai servizi segue percorsi integrati che combinano trattamento farmacologico, supporto psicologico e inserimento in comunità terapeutiche (Ministero della Salute, 2023).
2.2 Sostanze, fattori di rischio e criticità gestionali
Le dipendenze da sostanze psicoattive rappresentano in Italia un fenomeno complesso in continua evoluzione, caratterizzato da una sempre più crescente diversificazione delle sostanze consumate e della tipologia di consumatore. Secondo la più recente Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia del 2024, nel corso del 2023 sono state prese in carico dai servizi pubblici per le dipendenze (Ser.D) oltre 132.000 persone con problematiche di dipendenza da stupefacenti. La popolazione in carico ai servizi è costituita maggiormente da soggetti di sesso maschile, che rappresentano circa l’85% degli utenti, mentre la fascia d’età più colpita comprende persone tra i 35 e i 54 anni (Dipartimento Politiche Antidroga, 2024).
Gli oppiacei continuano a rappresentare una quota rilevante tra le sostanze primarie d’abuso per gli utenti già in trattamento, soprattutto nei casi di dipendenza cronica. Negli ultimi anni, tuttavia, si osserva una crescita nel consumo di cocaina. La cannabis si conferma una delle sostanze maggiormente utilizzate tra la popolazione generale e i giovani. Secondo i dati nazionali, si registra un complessivo abbassamento dell’età di primo contatto con la sostanza a seguito dell’interesse per un consumo sperimentale (Istituto Superiore di Sanità, 2023). L’uso di eroina invece mostra una relativa stabilizzazione o una lieve diminuzione nei nuovi casi (Istituto Superiore di Sanità, 2023).
Un ulteriore elemento rilevante riguarda la diffusione crescente della poliassunzione, ovvero l’uso combinato di più sostanze, che complica il percorso di cura e aumenta le probabilità di ricaduta rappresentando una delle principali criticità cliniche attuali.
Le dipendenze non possono essere considerate come fenomeni individuali, ma devono essere inserite in una cornice sociale più ampia. Tra i principali fattori di rischio si riconoscono: disagio socio-economico, bassa scolarizzazione, contesti familiari disfunzionali, comorbilità psichiatriche, isolamento sociale. La letteratura evidenzia come la dipendenza rappresenti spesso una forma di compensazione rispetto a condizioni di fragilità psicologica e sociale; inoltre, si sottolinea il ruolo dei fattori ambientali e culturali, come la disponibilità delle sostanze e la normalizzazione del consumo in alcuni contesti giovanili (ISS, 2023). Nonostante il progressivo sviluppo del sistema di servizi per le dipendenze in Italia, si evidenziano ancora importanti criticità legate alla capacità di adattare interventi ai cambiamenti del fenomeno. La prima indubbiamente è la forte eterogeneità territoriale dei Ser.d che presentano differenze significative sia nelle risorse sia nelle modalità operative. Questo produce disuguaglianze nell’accesso ai servizi e nella continuità degli interventi (Corte dei Conti, 2022). Un ulteriore elemento riguarda il rischio di standardizzazione della presa in carico: secondo Ronconi (2018), la pressione amministrativa e organizzativa può favorire interventi di gestione dell’emergenza e del sintomo, riducendo lo spazio alla costruzione di percorsi realmente individualizzati. Inoltre è particolarmente complessa la gestione della doppia diagnosi, definita come la compresenza di dipendenza e disturbi psichiatrici. Sebbene numerose ricerche mettano in luce la forte correlazione tra addiction e sofferenza mentale, il sistema italiano continua spesso a mantenere separate le aree della salute mentale e delle dipendenze, rendendo più difficile la costruzione di interventi integrati (Clerici et al., 2011).
Anche i trattamenti farmacologici sostitutivi rappresentano un tema oggetto di dibattito. Se da un lato questi strumenti hanno contribuito alla riduzione della mortalità e dell’overdose, dall’altro si evidenzia il rischio che il percorso terapeutico venga progressivamente centrato sulla stabilizzazione farmacologica, limitando il lavoro psicologico e relazionale della cura. Le trasformazioni più recenti del fenomeno mettono in crisi i modelli tradizionali di intervento e la presenza di una massiccia poliassunzione, una diffusione di nuove sostanze psicoattive e di ulteriori forme di dipendenza, richiede modalità operative sempre più flessibili e multidisciplinari. In questa prospettiva, è bene interrogarsi sulla capacità del sistema dei servizi di rispondere a bisogni sempre più eterogenei e difficilmente riconducibili a modelli terapeutici standardizzati.
Capitolo 3 – I modelli comunitari per le dipendenze nel territorio riminese
3.1 Il territorio riminese come contesto di sviluppo delle comunità per le dipendenze
Il territorio riminese rappresenta un contesto particolarmente significativo per l’analisi del fenomeno delle dipendenze nello sviluppo delle comunità terapeutiche in Italia. A partire dagli anni Settanta e Ottanta, la riviera romagnola è stata infatti attraversata da profondi cambiamenti sociali, economici e culturali che hanno influenzato il consumo della sostanza. Lo sviluppo turistico ed economico ha portato all’intensificarsi della mobilità sociale, allo sviluppo di un’intensa vita notturna e alla presenza di molti luoghi di aggregazione giovanile. Da un lato questi elementi hanno aiutato e contribuito allo sviluppo economico e urbano, dall’altro c’è stato un aumento dello sviluppo di nuove forme di consumo legate al mondo giovanile e al divertimento notturno. Diversi studi evidenziano infatti come la riviera romagnola abbia rappresentato, soprattutto dagli anni Ottanta in avanti, uno dei principali luoghi di diffusione delle culture del consumo e delle sostanze ricreative (Prina, 2007). Nel territorio riminese, la diffusione della tossicodipendenza produsse una forte mobilitazione sociale e territoriale: come evidenziato da Berardi e Manfrè (2007), il territorio riminese iniziò a confrontarsi non solamente con le conseguenze sanitarie della diffusione dell’eroina ma anche con forme più ampie di disagio giovanile e marginalità sociale. In questo scenario, il tema della droga divenne sempre più centrale nel dibattito pubblico, coinvolgendo istituzioni, volontariato e associazionismo territoriale. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta , il territorio riminese fu attraversato da numerose iniziative di sensibilizzazione, manifestazioni pubbliche e campagne sociali contro la droga. Un contributo importante fu rappresentato anche dal volume “Rimini: una città contro la droga”, nel quale emerge il tentativo della comunità locale di costruire una risposta collettiva al fenomeno delle dipendenze, attraverso il coinvolgimento di scuole, associazioni, amministrazioni locali e gruppi di volontariato. Tali iniziative vogliono evidenziare come il contrasto alla tossicodipendenza non venisse percepito solo come un problema sanitario, ma coinvolgeva l’intero territorio romagnolo. Al tempo stesso, si sviluppa una rete sempre più ampia di interventi comunitari: in questo contesto nacquero o si consolidarono realtà come San Patrignano, la comunità Papa Giovanni XXIII e successivamente la comunità di Vallecchio, accomunate dall’idea che il trattamento della dipendenza non dovesse semplicemente interrompere il comportamento di consumo ma aiutare il soggetto a ridefinire le proprie relazioni e la propria identità. Molto importante fu anche la nascita del Movimento Unitario Volontari Lotta alla Droga (MUVLAD), promosso da diverse realtà impegnate nel recupero delle persone tossicodipendenti. Questa esperienza contribuì a rafforzare la collaborazione tra comunità terapeutiche, volontariato e territorio locale, favorendo la nascita di una rete sociale particolarmente attiva nel contrasto alla diffusione delle sostanze stupefacenti.
Lo sviluppo delle comunità terapeutiche nel territorio romagnolo è stato fortemente influenzato dalla tradizione solidaristica e cooperativa tipica dell’Emilia-Romagna (Donati, 2013). Questo elemento è importante perché mette in luce come molti modelli di intervento non sono nati da esigenze prettamente cliniche, ma anche da valori educativi, comunitari e relazionali comuni nel territorio. Al tempo stesso, le diverse comunità sviluppatesi propongono interpretazioni differenti del concetto di cura anche se con la stessa finalità. Questa pluralità di approcci evidenzia come il fenomeno della dipendenza non possa essere affrontato attraverso un unico modello interpretativo terapeutico. La presenza di realtà differenti all’interno dello stesso territorio sembra piuttosto mostrare la complessità del fenomeno e la necessità di costruire interventi adatti agli individui singoli e alla società in continuo mutamento.
3.2 Le comunità terapeutiche nel territorio riminese
Nel territorio riminese si sono sviluppate alcune tra le più significative esperienze comunitarie italiane nel trattamento delle dipendenze patologiche. La presenza di realtà differenti come San Patrignano, la comunità terapeutica di Vallecchio e la comunità Papa Giovanni XXIII rappresenta un elemento particolarmente rilevante, poiché permette la presenza di approcci terapeutici ed educativi diversi sullo stesso territorio. Pur condividendo l’idea che la vita comunitaria possa aiutare ad uscire dal comportamento di dipendenza, queste realtà si distinguono per impostazione teorica, modalità organizzative e concezione di cura. Rapportarsi con tali modelli permette di comprendere non soltanto l’evoluzione storica delle comunità terapeutiche nel riminese, ma anche diversi modi in cui il fenomeno della dipendenza viene trattato.
La comunità di San Patrignano nasce nel 1978 per iniziativa di Vincenzo Muccioli. In quegli anni, i tossicodipendenti vivevano in condizioni di forte marginalità ed erano spesso privi di reali possibilità di recupero e reinserimento. Inizialmente, San Patrignano si configura come un’esperienza che offre protezione, stabilità e un contesto alternativo alla strada. Solo successivamente sviluppa una struttura più articolata, fino a diventare una delle strutture residenziali più grandi in Europa. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, la comunità conosce infatti una grande espansione, sia in termini di pazienti sia rispetto all’organizzazione interna. Essa si fonda sulla vita comunitaria, sul lavoro e sulla condivisione della quotidianità come strumento principale del cambiamento. Guidicini e Pieretti (1994) descrivono San Patrignano come una vera e propria “micro società” caratterizzata dalla presenza di ruoli, funzioni e dinamiche sociali complesse. La comunità non si limita ad offrire uno spazio terapeutico tradizionale, ma offre una struttura capace di scandire tempi, relazioni e responsabilità quotidiane. Come evidenziato da De Leon (2000), nelle Therapeutic Communities, la comunità stessa rappresenta il principale strumento terapeutico, secondo il principio della “community as method”. In questa prospettiva, il cambiamento non si sviluppa solo attraverso interventi clinici strutturati, ma attraverso l’intera esperienza comunitaria e la partecipazione attiva alla quotidianità. Uno degli elementi centrali del modello di San Patrignano è rappresentato dal lavoro, che assume una funzione educativa e produttiva. Attraverso di esso gli individui sviluppano un senso di responsabilità, appartenenza e autonomia, contribuendo alla costruzione di nuove competenze e ruoli sociali. Fondamentale è anche la relazione tra pari: il modello si fonda infatti sull’idea che il cambiamento possa avvenire soltanto attraverso l’immersione totale della persona in un contesto diverso rispetto a quello precedente, caratterizzato da regole condivise, relazioni continuative e una quotidianità altamente strutturata. Nel corso degli anni, San Patrignano assume un ruolo significativo non solo sul piano terapeutico, ma anche diventando uno dei capisaldi nel dibattito sulle dipendenze (San Patrignano, s.d.). Dal punto di vista riflessivo, la forte strutturazione della vita comunitaria offre un contenimento importante soprattutto nelle situazioni più gravi e di forte marginalità. Allo stesso tempo, questa impostazione porta a interrogarsi sul rapporto tra disciplina, responsabilizzazione e autonomia personale all’interno dei percorsi di cura. La comunità appare quindi come un contesto nel quale il cambiamento viene costruito attraverso una forte immersione collettiva, nella convinzione che la formazione individuale passi anche attraverso l’area dell’organizzazione delle relazioni e delle abitudini quotidiane.
A pochi passi da San Patrignano, a Vallecchio, una frazione di Montescudo (RN), troviamo la comunità terapeutica di Vallecchio. Essa è gestita dalla Cooperativa Sociale Cento Fiori, una delle realtà storiche del terzo settore riminese. Essa nasce con una forte attenzione ai temi del disagio sociale, sviluppando interventi rivolti a persone con dipendenze, fragilità psicologiche e situazioni di vulnerabilità sociale. Essa prende forma nei primi anni Ottanta come risposta alla crescente necessità di percorsi terapeutici residenziali per persone con dipendenza da sostanze, in stretta collaborazione con i servizi per le dipendenze (Ser.D). Fin dagli albori, la struttura si configura come una comunità terapeutica accreditata e inserita nel sistema socio-sanitario territoriale (Cento Fiori, s.d.). A differenza di modelli centrati maggiormente sulla dimensione comunitaria in senso educativo, Vallecchio sviluppa un’impostazione esplicitamente clinico-riabilitativa. La dipendenza viene vista come un fenomeno multidimensionale, che richiede interventi integrati da diverse figure professionali. Un elemento fondante il modello riguarda la presa in carico globale della persona. La comunità non è un luogo di custodia o di controllo, ma bensì uno spazio terapeutico nel quale il tempo della vita quotidiana coincide con il tempo di cura in cui ogni momento della giornata ha una funzione educativa e terapeutica. Molto importante è la costruzione di progetti terapeutici individualizzati, definiti in collaborazione con i servizi e adattati ai bisogni specifici della persona. Vallecchio presenta infatti una équipe multidisciplinare composta da educatori, psicologi, operatori e professionisti coinvolti nella costruzione del percorso terapeutico. Gli interventi clinici individuali e gruppali sono integrati all’interno della vita comunitaria con l’idea che il comportamento di consumo coinvolga anche le modalità relazionali, emotive e identitarie della persona. La centralità della presa in carico globale è coerente con gli interventi più moderni nel trattamento delle dipendenze e, come evidenziato anche da Grant et al. (2010), gli interventi maggiormente efficaci sono quelli che si adattano alla complessità della persona. Anche le attività lavorative come l’agricoltura, la manutenzione e la cura degli animali assumono una funzione educativa che sviluppa responsabilità, competenze pratiche e capacità relazionali. Il modello di Vallecchio pone una forte attenzione alla complessità della persona e all’integrazione di differenti livelli di intervento. Al tempo stesso, la centralità dell’aspetto clinico e la forte individualizzazione dei percorsi richiedono un equilibrio costante tra dimensione terapeutica, vita comunitaria e costruzione dell’autonomia personale. Questa impostazione riflette la visione secondo cui la dipendenza sia un fenomeno che necessita di un lavoro più ampio e non un semplice controllo del comportamento di consumo.
Nel territorio riminese, come detto precedentemente, la lotta alla dipendenza ha portato allo sviluppo di un’altra comunità il cui contributo ha aiutato tante persone, si parla della comunità Papa Giovanni XXIII. Essa viene fondata da Don Oreste Benzi, sacerdote riminese che sviluppa, a partire dagli anni Settanta, un modello di intervento fondato sulla condivisione della vita con le persone più marginalizzate. Fin dalla sua nascita l’associazione si caratterizza per l’attenzione verso gli esclusi e i soggetti stigmatizzati, tra cui anche tossicodipendenti. Diversamente da altri modelli comunitari, l’approccio iniziale di questa comunità nasce come un’esperienza di accoglienza basata sulla relazione, sulla condivisione e sulla dimensione familiare. La persona viene inserita in contesti di vita quotidiana condivisa, nei quali la relazione assume un ruolo centrale nel percorso di cambiamento (Associazione Papa Giovanni XXIII, s.d.). Nel tempo, l’associazione sviluppa la comunità “Sandra Sabattini “, situata nel territorio riminese. Questa realtà è un’evoluzione significativa del modello originario, poiché integra la dimensione comunitaria con quella terapeutica e con la presenza di un’équipe multidisciplinare. La comunità accoglie persone con dipendenza da sostanze e altre forme di addiction e cerca di accompagnare la persona in un percorso di cambiamento globale, che coinvolge contemporaneamente aspetti individuali, relazionali e sociali. Uno degli elementi centrali del modello riguarda la forte attenzione alla relazione educativa e alla costruzione di legami significativi. La comunità interpreta il cambiamento non soltanto come interruzione del comportamento di consumo, ma come possibilità di sviluppare nuove modalità di appartenenza e progettualità. Come confermato da Best e Laudet (2010), i modelli orientati alla relazione e alla costruzione di appartenenza possono favorire processi di recovery fondati sul riconoscimento della persona e sullo sviluppo di nuove reti sociali significative. Di particolare rilievo assume la dimensione spirituale, che viene proposta come possibilità di ricerca di significato, dignità personale e ricostruzione della propria identità. Dal punto di vista riflessivo, il modello della Papa Giovanni XXIII evidenzia la centralità della relazione e della condivisione come strumenti fondamentali del percorso terapeutico. Allo stesso tempo, questa impostazione porta a interrogarsi sul modo in cui la dimensione comunitaria, educativa e spirituale possa integrarsi con la crescente complessità clinica delle dipendenze contemporanee. La comunità sembra quindi proporre una concezione della cura fortemente centrata sulla persona, nella quale il cambiamento viene costruito principalmente attraverso la qualità della relazione della vita condivisa.
3.3 Confronto critico tra i modelli comunitari
L’analisi delle comunità terapeutiche mostra come il fenomeno della dipendenza possa essere affrontato attraverso prospettive molto differenti, pur condividendo delle basi comuni. In tutte le realtà emerge l’idea che la dipendenza non sia solamente il rapporto tra individuo e sostanza, ma che debba essere interpretata come fenomeno multidimensionale. Come sottolinea Alexander (2008), le dipendenze non possono essere comprese solo come fenomeno individuale , ma devono essere lette anche in relazione ai contesti sociali e relazionali in cui si sviluppano. Ciò che cambia profondamente è il modo in cui ogni realtà interpreta il concetto stesso di cura e la modalità attraverso cui il cambiamento può avvenire. Uno degli elementi più interessanti riguarda il ruolo attribuito alla comunità nel percorso terapeutico. Nelle tre comunità presentate precedentemente la dimensione comunitaria ha un ruolo fondamentale, ma con significati diversi. A San Patrignano la comunità diventa un ambiente altamente strutturato, caratterizzato da regole, ruoli e attività che scandiscono strettamente la vita quotidiana, come evidenziato da Guidicini e Pieretti (1994), e diviene una vera e propria microsocietà, nella quale il soggetto viene immerso completamente in un’altra realtà quotidiana. Nella comunità di Vallecchio assume invece un ruolo differente, dove la dimensione comunitaria è integrata con quella clinica e terapeutica. La comunità non sostituisce il mondo esterno, ma funge da contenitore protetto dove poter sviluppare un percorso individualizzato. La quotidianità diviene uno strumento terapeutico importante, ma viene maggiormente affiancata da interventi clinici strutturati e dal lavoro dell’équipe multidisciplinare. Anche nella Papa Giovanni XXIII la comunità assume ulteriormente un altro ruolo e diviene un luogo relazionale e familiare dove la condivisione della vita quotidiana, l’accoglienza e la costruzione di legami significativi rappresentano elementi centrali del percorso terapeutico. In questo caso, la relazione appare il principale strumento di cambiamento, nell’idea che molte forme di sofferenza legate alla dipendenza trovino origine dalla fragilità dei legami e dalle esperienze di esclusione sociale. Queste differenze portano a interrogarsi sul significato stesso del termine “comunità terapeutica”. Essa rappresenta principalmente uno spazio educativo capace di riorganizzare comportamenti e abitudini oppure soprattutto un luogo clinico di presa in carico psicologica? O ancora, può essere interpretata come esperienza relazionale e familiare fondata sull’accoglienza e sulla condivisione? Come è possibile notare, non esiste una risposta univoca a queste domande, ma piuttosto differenti modi di interpretare la cura. Anche il ruolo del lavoro assume significati differenti all’interno delle tre realtà considerate. A San Patrignano esso appare come uno degli strumenti maggiormente strutturati del percorso terapeutico. Come sottolinea De Leon (2000), nelle comunità terapeutiche il lavoro può assumere una funzione educativa che porta a sviluppare un senso di responsabilità, appartenenza e apprendimento. A San Patrignano questa dimensione è particolarmente forte: esso non rappresenta solo un’attività identitaria, ma anche un elemento di organizzazione della vita quotidiana e uno strumento per reinserirsi. A Vallecchio, invece, il lavoro, oltre ad avere una funzione educativa e riabilitativa, è maggiormente integrato all’interno di un progetto terapeutico, nel quale acquistano importanza anche gli aspetti psicologici e relazionali. Differentemente dalle altre due comunità, nella Papa Giovanni XXIII il lavoro sembra occupare una posizione meno centrale rispetto alla costruzione delle relazioni e delle esperienze comunitarie condivise. Detto questo, fino a che punto il cambiamento passa attraverso la responsabilizzazione pratica e la strutturazione della quotidianità? E quanto invece risultano centrali gli aspetti relazionali ed emotivi della persona? In alcune realtà il lavoro appare il principale strumento per ricostruire autonomia e identità, in altre è un elemento che accompagna un percorso più ampio di cambiamento personale. Come si può vedere, vi sono differenze sostanziali nell’interpretazione e nell’uso di particolari strumenti e, oltre a questi , è doveroso trattare il rapporto tra dimensione clinica e vita comunitaria. Vallecchio appare il modello maggiormente integrato con il sistema socio-sanitario territoriale e in cui l’équipe multidisciplinare assume un ruolo più esplicito. Questa impostazione riflette una concezione della dipendenza come fenomeno altamente complesso ed evidenzia l’importanza di interventi integrati, come suggerito da Grant et al. (2010). San Patrignano, pur collaborando con i servizi territoriali, attribuisce una funzione terapeutica primaria all’organizzazione stessa della vita comunitaria. Il cambiamento è strettamente collegato all’immissione totale della persona all’interno di un ambiente alternativo rispetto al contesto di provenienza. Infine, nella Papa Giovanni XXIII che, pure integrando strumenti terapeutici più strutturati, continua comunque a mantenere una forte centralità della relazione e dell’accoglienza. In questo modello, la cura si sviluppa attraverso il senso di appartenenza e la costruzione di legami significativi. Anche qui emergono interrogativi importanti: la dipendenza può essere affrontata principalmente attraverso strumenti clinici e terapeutici? Oppure il cambiamento richiede soprattutto esperienze relazionali che modifichino il modo in cui la persona percepisce se stessa e gli altri? E ancora, quanto è importante il contesto ambientale nel mantenimento e nella trasformazione dei comportamenti di dipendenza? Secondo Best e Laudet (2010), i percorsi di recupero sono più efficaci quando l’individuo costruisce nuove reti sociali e nuove forme di appartenenza. Questo elemento, seppur in modi differenti, è trasversale a tutte e tre le strutture, che non si fermano semplicemente al cambiamento dei comportamenti di dipendenza, ma lavorano sulla ricostruzione dell’identità personale. L’analisi delle tre comunità evidenzia inoltre come i modelli terapeutici siano altamente influenzati dal contesto storico e culturale in cui sono sviluppati. San Patrignano nasce durante la grande emergenza eroina degli anni Settanta e Ottanta, in cui vi era un’insufficienza dei servizi pubblici. Vallecchio si sviluppa invece in un contesto nel quale il sistema socio-sanitario appare progressivamente più strutturato e orientato all’integrazione clinica. Nella Papa Giovanni XXIII si mantiene invece una forte continuità con la tradizione dell’accoglienza e della condivisione sviluppata da Don Oreste Benzi.
Ogni comunità mette in luce aspetti differenti del fenomeno: il bisogno di strutture e contenimento, la necessità di interventi terapeutici integrati, l’importanza delle relazioni e dell’appartenenza sociale. Secondo questa prospettiva, nessuno dei modelli considerati appare universalmente applicabile. Piuttosto, la presenza di approcci differenti mette in evidenza la complessità delle dipendenze contemporanee e la necessità di costruire percorsi terapeutici che si adattino alle storie personali, ai differenti bisogni e alle trasformazioni sociali che caratterizzano il fenomeno dell’addiction.
Capitolo 4 – Il modello di Vallecchio: tra integrazione clinica e complessità del cambiamento
4.1 Fondamenti teorici e inquadramento del modello
La comunità terapeutica di Vallecchio rappresenta un caso significativo all’interno del panorama dei servizi per le dipendenze patologiche, in quanto espressione concreta dei principi teorici del modello biopsicosociale ed esempio di come essi possano essere tradotti in pratiche cliniche integrate e strutturate. Il modello di Vallecchio si fonda su una concezione biopsicosociale della dipendenza, considerata come un fenomeno multidimensionale influenzato da fattori biologici, psicologici e ambientali (Engel, 1977; Volkow et al., 2016). Nel contesto della Comunità Terapeutica di Vallecchio, tale impostazione si traduce in una presa in carico che si orienta a comprendere le dinamiche psicologiche e relazionali alla base del comportamento di dipendenza, non limitandosi semplicemente alla cessazione del consumo di sostanze. Questo approccio è coerente con l’ipotesi dell’automedicazione proposta da Khantzian (1997), secondo cui la sostanza diviene uno strumento di regolazione di stati emotivi difficili e permette di mantenere un proprio equilibrio interno, anche se frammentato e instabile. Sinha (2008) evidenzia come condizioni di stress cronico aumentino significativamente il rischio di ricaduta. Nel modello di Vallecchio, questo aspetto viene affrontato grazie alla costruzione di un ambiente comunitario stabile e prevedibile in cui la persona può sperimentare se stessa e sviluppare nuove strategie di coping. Parallelamente, il modello riconosce l’importanza dei fattori neurobiologici. Le ricerche di Koob e Volkow (2010) hanno dimostrato come la dipendenza sia associata ai circuiti della ricompensa e di come essa influenzi il comportamento. La comunità di Vallecchio è una realtà orientata alla “presa in carico globale della persona”, fondata sull’integrazione tra dimensione educativa, terapeutica e relazionale (Cento Fiori, s.d.). La struttura si articola in differenti strutture terapeutiche, in base alla necessità clinica e farmacologica della persona. Essa comprende il Centro di Osservazione e Diagnosi, la Comunità Terapeutica Residenziale e il Modulo dedicato alla Doppia Diagnosi.
Il Centro di Osservazione di Diagnosi (COD) rappresenta generalmente la prima fase del percorso terapeutico ed ha una funzione fondamentale di valutazione iniziale, oltre che offrire la possibilità di regolarizzare la terapia farmacologica e sostitutiva. Qui si osserva il funzionamento relazionale della persona, il livello di consapevolezza rispetto alla dipendenza, le modalità comportamentali e le risorse del soggetto. Questa prima fase è fondamentale per definire un iniziale progetto terapeutico personalizzato, coerente con la storia clinica del paziente.
Il Modulo della Doppia Diagnosi si riferisce alla compresenza, nei pazienti, di una dipendenza patologica e di un disturbo psichiatrico e psicologico significativo. Recentemente, la letteratura scientifica ha evidenziato come questa condizione rappresenti una situazione molto frequente all’interno dei servizi per le dipendenze (Drake et al., 2001; Koob & Volkow, 2010). Disturbi dell’umore, disturbi di personalità, disregolazione emotiva e sintomatologie psicotiche possono intrecciarsi profondamente con il comportamento di dipendenza.
All’interno della comunità assumono importanza i gruppi terapeutici e i gruppi organizzativi, considerati strumenti fondamentali del percorso di cambiamento: i gruppi terapeutici rappresentano uno spazio di confronto e rielaborazione nei quali la persona può lavorare sulle proprie difficoltà emotive, relazionali e comportamentali attraverso il dialogo con il gruppo dei pari e con gli operatori. Parallelamente, i gruppi organizzativi permettono di condividere aspetti legati alla gestione della vita comunitaria, favorendo responsabilizzazione, partecipazione attiva e progressiva autonomia. Secondo questa prospettiva, la quotidianità non rappresenta solo uno spazio di convivenza, ma diventa parte del trattamento terapeutico. Inoltre all’interno della comunità di Vallecchio risultano importanti i gruppi dedicati alla sessualità e all’affettività, condotti spesso con il supporto di professionisti esterni specializzati. All’interno di questi incontri vengono affrontate tematiche legate alla sessualità, alle relazioni affettive, alla prevenzione sanitaria, al consenso, ma anche esperienze traumatiche, vissuti di abuso e difficoltà nella gestione della dimensione relazionale ed emotiva. Molti soggetti con dipendenza presentano infatti difficoltà significative nella sfera relazionale affettiva, spesso caratterizzate da esperienze traumatiche, vulnerabilità emotiva o in modalità disfunzionale di vivere la sessualità e le relazioni interpersonali (Flores, 2004). Da un punto di vista clinico ed educativo, l’inserimento di gruppi specifici dedicati a tali tematiche sembra riflettere una concezione della cura orientata alla globalità della persona.
4.2 La comunità come ambiente terapeutico
Un elemento centrale del modello è rappresentato dalla vita comunitaria come strumento terapeutico. Diversamente dai trattamenti ambulatoriali, dove è possibile incontrarsi per un periodo limitato di tempo, la comunità permette di osservare il comportamento della persona in modo continuo. Questo approccio trova un importante riferimento nelle Therapeutic Communities, come descritto da De Leon (2000), secondo cui il contesto stesso diventa agente di cambiamento. Nel caso di Vallecchio, la quotidianità è uno spazio attivo in cui ogni interazione assume una valenza terapeutica. La dimensione relazionale assume quindi un ruolo centrale. Alexander (2008) ha sottolineato come la dipendenza può fungere da risposta ad una disconnessione sociale. In questa direzione, la comunità offre un contesto in cui la persona può nuovamente sperimentare appartenenza, riconoscimento e responsabilità. Il gruppo dei pari, in particolare, rappresenta un elemento fondamentale. Best et al. (2016) sottolineano come il recovery nelle dipendenze permetta lo sviluppo di un’identità sociale positiva. Nella comunità, questo processo viene sostenuto dalla partecipazione alla vita comunitaria e dalla funzione di ruoli attivi.
Parallelamente, il modello integra principi dell’evidence-based medicine, adattando le evidenze scientifiche alle caratteristiche del contesto e ai bisogni del soggetto. Gli interventi non vengono applicati in maniera rigida, ma sono integrati con l’aspetto clinico e in base alla complessità delle situazioni reali (Sackett et al., 1996; Drake et al., 2001) .
Altri elementi rilevanti che troviamo all’interno della comunità sono il lavoro e le attività strutturate. Esse non hanno semplicemente il compito di occupare il tempo, ma svolgono una funzione riabilitativa: attraverso di esse la persona può sviluppare competenze, responsabilità e senso di efficacia ed è fondamentale anche nella formazione e nella ristrutturazione identitaria del paziente, diventando, come evidenziato da Pickard (2020), un elemento fondamentale dell’identità della persona. Il modello di Vallecchio promuove quindi una responsabilità progressiva partendo dal presupposto, come descritto da Levy N. (2006), che il paziente non abbia completamente perso la propria agency.
4.3 Il processo di cambiamento e le implicazioni del modello
All’interno del modello della comunità di Vallecchio, il cambiamento non viene concepito come un evento improvviso, ma come un processo graduale e complesso, caratterizzato da fasi di avanzamento, stasi e possibili regressioni. Questa concezione è coerente con la letteratura sulle dipendenze, che descrive il recovery non come un percorso lineare, ma come un percorso dove le ricadute non rappresentano un fallimento, ma occasioni di rielaborazione e apprendimento (McLellan et al., 2000; Marlatt & Donovan, 2005 ). Nel contesto comunitario si evitano letture dicotomiche del cambiamento (successo o fallimento), ma si favorisce invece una comprensione processuale del percorso terapeutico. Come sottolineato da Marlatt e Donovan (2005), la prevenzione delle ricadute richiede un approccio che tenga conto delle situazioni di rischio e delle strategie di coping, piuttosto che una semplice prescrizione di astinenza.
Un altro elemento centrale nel modello di Vallecchio riguarda il modo in cui viene gestita la motivazione al cambiamento. A differenza di altri approcci che definiscono la motivazione come un prerequisito fondamentale necessario per l’ingresso in trattamento, il modello comunitario la interpreta come un processo dinamico che va sostenuto e sviluppato nel tempo. Questa prospettiva è sostenuta anche dai contributi di Prochaska e Di Clemente (1983), che descrivono la motivazione come un continuum caratterizzato da diverse fasi: nella comunità di Vallecchio la motivazione non viene richiesta come condizione iniziale ma viene costruita attraverso la relazione con gli operatori e attraverso il confronto con il gruppo dei pari. Questo elemento risulta molto importante, in quanto molti pazienti accedono al trattamento con scarsa consapevolezza del problema. L’intervento comunitario perciò permette di lavorare su questa ambivalenza e di orientarsi verso un cambiamento. La dimensione globale svolge in questo senso un ruolo fondamentale: come evidenziato da Yalom e Leszcz (2005), il gruppo dei pari consente di attivare fattori terapeutici come identificazione e supporto reciproco. Questo aspetto risulta molto importante se considerate le difficoltà relazionali presenti nei soggetti con dipendenza. Flores (2004) evidenzia come soggetti con dipendenza da sostanze abbiano pattern relazionali disfunzionali, caratterizzati da evitamento, dipendenza o conflittualità. La comunità terapeutica offre un luogo in cui poter osservare tali comportamenti e modificarli progressivamente.
Un altro elemento importante riguarda il funzionamento globale della persona, che nel modello di Vallecchio assume un ruolo centrale. In linea con l’approccio dell’ICF (International Classification of Functioning), il trattamento non si limita solo a ridurre il sintomo, ma si orienta a recuperare le abilità personali, sociali e lavorative (WHO, 2001).
Attraverso il lavoro, il paziente lavora su aspetti come la responsabilità, la perseveranza e la gestione delle frustrazioni. Laudet e White (2008) vedono il lavoro come uno degli elementi più significativi del mantenimento dell’astinenza. Il lavoro contribuisce a sviluppare un’identità alternativa a quella legata alla dipendenza. All’interno della comunità questa trasformazione viene sostenuta dalla possibilità di ricoprire ruoli di responsabilità all’interno del percorso.
Fondamentale è anche il modo di affrontare il tema delle regole all’interno della struttura. All’interno di Vallecchio c’è un insieme di norme che riguardano la vita quotidiana, ma tali norme non hanno una funzione puramente disciplinare. Esse permettono l’apprendimento e lo sviluppo di una capacità di autoregolazione, oltre a fornire contenimento e un ambiente senza pressione. Questo approccio risulta coerente con le teorie sul controllo comportamentale, che mettono in risalto l’importanza di una struttura esterna come facilitatrice dello sviluppo di un controllo interno (Baumeister e Heatherton, 1996). In particolare, nei soggetti con dipendenza, questo supporto è estremamente importante, in quanto il controllo comportamentale è spesso compromesso.
Parallelamente, il modello di Vallecchio presta molta attenzione alla fase di dimissione, riconoscendo questa come un momento critico del percorso. La transizione da un contesto altamente strutturato ad un contesto meno protetto può essere un fattore di rischio se non gestita adeguatamente. Per questo, la comunità lavora in modo da sviluppare progressivamente un’autonomia nel paziente, preparandolo al reinserimento sociale. Questo approccio è coerente con quanto evidenziato da Mckay (2009), che sottolinea l’importanza dei follow-up nel mantenimento dei risultati terapeutici. La continuità delle cure rappresenta un elemento fondamentale per il mantenimento dell’astinenza.
All’interno del dibattito tra gli approcci orientati all’astinenza e quelli sulla riduzione del danno, il modello di Vallecchio adotta una prospettiva flessibile che si concentra sulla persona, adattando gli obiettivi terapeutici ai bisogni e alle peculiarità del soggetto. La capacità di integrare differenti dimensioni dell’intervento è la forza di questo modello. Questo avviene mantenendo al centro il percorso di cambiamento individuale.
4.4 L’importanza del contesto e dell’intervento integrato
È importante focalizzarsi sul rapporto tra individuo e contesto. La comunità interviene proponendo un ambiente alternativo in cui certe dinamiche possono essere modificate. Come sottolineato da Best et al. (2016), il recovery permette alla persona di passare da una “addict identity” a una “recovery identity“.
Un altro aspetto di grande rilevanza riguarda l’importanza dell’équipe multiprofessionale. La complessità delle dipendenze richiede l’integrazione di competenze diverse, che spaziano tra l’ambito educativo, sociale e psicologico. Come evidenziato da studi condotti da NIDA (2018), i trattamenti più efficaci sono quelli che prevedono interventi multipli, adattandoli al bisogno dei pazienti. A Vallecchio questa integrazione si realizza attraverso il lavoro d’équipe e una lettura condivisa del caso. Un altro elemento di forza è la collaborazione con i servizi territoriali che permette una continuità delle cure e il mantenimento dei risultati terapeutici (McLellan et al., 2000). Questo elemento risulta importante soprattutto nella fase di reinserimento, uno dei momenti più critici del percorso terapeutico. Il passaggio da questo contesto protetto ad un ambiente meno strutturato può essere molto rischioso per il soggetto. Per questo, il modello di Vallecchio prevede una preparazione graduale, favorendo lo sviluppo dell’autonomia e la costruzione di risorse esterne. Questo rende la comunità terapeutica di Vallecchio un esempio avanzato di intervento integrato, capace di coniugare teorie pratiche in modo efficace e di lavorare a stretto contatto con gli operatori territoriali.
Conclusione
Questo elaborato ha messo in evidenza come il fenomeno della dipendenza non possa essere compreso attraverso letture riduzionistiche; esso si configura, al contrario, come un processo complesso che coinvolge la dimensione psicologica, relazionale e sociale della persona. Superare le interpretazioni che la riconducono esclusivamente a un problema di volontà o a una disfunzione biologica rappresenta un passaggio fondamentale per costruire interventi più risolutivi.
Questo lavoro evidenzia come la dipendenza possa essere letta come una modalità di funzionamento disfunzionale per rispondere ai bisogni profondi dell’individuo. In molte situazioni, essa permette la gestione degli stati emotivi, influisce sulla costruzione del senso di sé e permette di dare una risposta a condizioni di fragilità. Questo implica un cambiamento importante: il focus non può essere posto solamente sull’eliminazione del comportamento di dipendenza, ma si deve estendere a comprendere il significato che esso assume all’interno della storia personale dell’individuo.
In questa situazione, le comunità terapeutiche rappresentano uno strumento significativo nel trattamento delle dipendenze proprio perché permettono di intervenire su più livelli. Esse offrono uno spazio relazionale e ben strutturato in cui il soggetto può sperimentare nuove modalità di funzionamento e sviluppare competenze, permettendo la costruzione di un’identità alternativa. La dimensione comunitaria consente di lavorare sul sintomo, ma anche e soprattutto sulle dinamiche a lui sottostanti.
Allo stesso tempo, l’analisi dei diversi modelli comunitari ha evidenziato come non vi sia un unico modello di intervento efficace. Le differenze tra le diverse comunità mostrano come ogni modello interpreta il fenomeno della dipendenza e il cambiamento da questa condizione in maniera diversa. Questo elemento, se da un lato costituisce una risorsa, dall’altro richiede un gran senso critico, al fine di mantenere il focus sulla persona.
Un altro aspetto importante riguarda il modo in cui viene concepito il cambiamento. Il percorso di uscita dalla dipendenza non è lineare ma bensì graduale, caratterizzato da fasi di avanzamento, stasi e ricadute. Secondo questa prospettiva, è opportuno superare una visione rigida del successo terapeutico, per valorizzare i processi di trasformazione progressiva e la costruzione di nuove modalità di funzionamento. In conclusione, quello che emerge con forza è la necessità di uno sguardo capace di tenere insieme complessità, relazione e significato. Le comunità terapeutiche risultano essere una risorsa fondamentale, ma è solo attraverso un approccio flessibile e riflessivo, che si adatta ai bisogni della persona, che dipende la loro efficacia. Attraverso una lente critica, l’elaborato evidenzia il bisogno continuo di interrogarsi sui modelli di intervento adottati, evitando di considerarli come risposte definitive. La sfida principale sembra essere quella di costruire percorsi che accompagnino la persona nel percorso di ridefinizione personale, incentivando la nascita di relazioni sane e definendo un progetto di vita chiaro, senza limitarsi alla sola interruzione del comportamento di dipendenza.
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